L’importanza delle attività (in)utili

Francis Picabia Love Parade, 1917

Da un punto di vista lavorativo ho avuto due vite, una prima e una dopo la maternità. Nella mia prima vita sono stata un’impiegata addetta all’ufficio commerciale (gestivo ordini e relazioni con clienti e agenti), nella mia seconda vita, quella di adesso, sono una traduttrice e docente di inglese.
Nella mia prima vita ero quella che in inglese si definisce workhaolic (letteralmente drogata di lavoro), lavoravo 10-12 ore al giorno, spesso dopo le otto ore e gli straordinari mi portavo pure il lavoro a casa, basti dire che c’è stato persino un periodo in cui mio marito per vedermi passava a trovarmi in ufficio.
Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché a un certo punto mi sono ammalata.
Ovviamente ero la regina del multitasking, potevo inserire ordini mentre stavo al telefono con un cliente e con l’altro orecchio ascoltavo le richieste del mio capo. Ho abbandonato hobby, interessi, letture, perché il lavoro si era mangiato tutto. Cambiato lavoro le cose hanno iniziato ad andare un po’ meglio, ma erano comunque ben lontano da essere come desideravo davvero.
Poi ho avuto un insperato colpo di fortuna: mentre ero a casa in maternità l’azienda dove lavoravo ha chiuso gli uffici. Fortuna perché per tutta una serie di incastri ho avuto a disposizione un anno per non fare assolutamente nulla, se non prendermi cura di me e di mio figlio.
Che poi proprio nulla non è vero, semplicemente ho (ri)scoperto il piacere delle attività inutili, quelle che si svolgono così, tanto per fare, come quando si è bambini e si gioca a tutto e a niente.

Con la maternità ho scoperto un artista e designer che non sapevo di conoscere, Bruno Munari. Non sapevo di conoscerlo, anche se lo amavo già, perché alcune delle sue opere si trovano nei libri di Gianni Rodari: infatti le illustrazioni di libri come Favole al telefono e Filastrocche in cielo e in terra sono tutte sue. Munari ha anche scritto bellissimi libri per bambini (Cappuccetto verde, Cappuccetto giallo, La rana Romilda), e saggi molto interessanti sia sul design industriale che sulla creatività (Fantasia e Pensare confonde le idee sono i miei preferiti).
Leggendo le sue opere ho scoperto anche le sue “Macchine inutili”:

Una macchina inutile che non rappresenti assolutamente nulla è il congegno ideale grazie a cui possiamo tranquillamente far rinascere la nostra fantasia, quotidianamente afflitta dalle macchine utili. (Bruno Munari)

Così come le macchine inutili di Bruno Munari, le attività inutili hanno la grande capacità di rigenerarci e rigenerare la nostra fantasia e creatività. Credo che dopo il mito della super efficienza e del multitasking, della necessità di programmare tutto, anche i momenti di svago, sia giunto il momento di usare il nostro tempo libero per attività di nessuna utilità pratica. Ovviamente anche il multitasking oggi è un lontano ricordo e questa è un’altra cosa che mi permette di essere più centrata e presente in quello che faccio.

Oggi, quando sono bloccata sulla traduzione di una frase che non suona come dovrebbe o se sono in cerca di nuove idee per le mie lezioni, trovo che dedicarmi per un po’ a qualcosa di assolutamente inutile sia la soluzione per lavorare meglio e in modo più efficace. È un po’ come mettere in pausa il cervello. Avete presente quando cercate di ricordare un nome e non c’è verso di richiamarlo alla memoria e solo quando non ci pensate più vi viene l’illuminazione? Ecco dedicarsi a un’attività inutile e totalmente sconnessa dal nostro compito funziona nello stesso modo.

In questi dieci anni la lista delle mie attività inutili, che ripesco qua e là in base al mio bisogno si è notevolemente allungata, così ho pensato di dedicare qualche post (ovviamente non in fila, giusto per non ammorbarvi troppo) per raccontarvele, magari potete prendere ispirazione e scoprire che possono funzionare anche per voi, chi lo sa?

Nel frattempo vi lascio questo interessante TedTalk che parla proprio dell’importanza di dedicarsi a cose inutili per fare meglio quelle utili.

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