
La momordica charantia merita sicuramente l’appellativo di frutto alieno.
L’aspetto e la forma singolare, oltre alle numerose protuberanze, non contribuiscono certo a conferirgli l’aria di qualcosa di appetitoso da mangiare. Se poi pensate che è considerato uno dei frutti più amari della terra, ecco che immediatamente ci si domanda cosa possa spingere le persone ad assaggiarlo. Conosciuta in Italia come zucca amara, o melone amaro (bitter melon), la momordica è il frutto di una pianta rampicante che può raggiungere i 5 metri di altezza. Originario dell’India, è stato esportato in Cina nel XIV secolo per poi diffondersi in tutto il sud-est asiatico. Oggi si trova, nelle sue diverse varietà, in India, Cina, Corea, Giappone, Indonesia, Filippine e Nepal.
È conosciuto con molti nomi, cosa che testimonia la sua diffusione in molte nazioni: in India è chiamato karela, kūguà in Cina, Yeogū in Corea, nigauri in Giappone e ampalaya nelle Filippine.
Le tante varietà differiscono per la forma e per l’amarezza dei frutti.

Il frutto acerbo è di colore verde, più o meno scuro, con la polpa bianca e morbida, molto simile a un cetriolo. Solitamente viene consumato proprio quando è acerbo, perché è il momento in cui è meno amaro. Da maturo il colore del frutto varia da giallastro a marroncino e la polpa tende a essere più dura.
Anche se viene solitamente cucinato come fosse una verdura, la momordica charantia è un frutto. Questo frutto viene consumato principalmente cotto, quando i frutti sono ancora verdi perché, come già detto, è il momento in cui sono meno amari.
Del melone amaro non viene consumato solo il frutto, ma anche le foglie.
Il modo migliore per gustarlo è fritto: viene tagliato a rondelle, dopo aver eliminato tutti i semi viene messo sotto sale per circa un’ora, quindi lavato sotto l’acqua corrente e asciugato, infine viene fritto in abbondante olio (un po’ come le melanzane).
Nella cucina tipica dell’India settentrionale, viene consumato accompagnato da una salsa allo yogurt o con il curry, questo per attenuarne l’amarezza. Nella cucina dell’India meridionale, invece, viene più spesso accompagnato al cocco, grattugiato o arrostito.
Nella cucina indiana, può essere uno degli ingredienti di un piatto chiamato Pachadi (che indica genericamente qualcosa che è stato pestato o battuto): questo piatto si prepara con vari tipi di verdure, yogurt, cocco, zenzero, curry, viene condito con senape e servito accompagnato da riso bollito.

Alimento molto versatile in cucina, è un ingrediente della fitoalimurgia, un tipo di alimentazione che prevede il consumo esclusivo di cibi che crescono spontanei in natura. Non solo, per l’incredibile ricchezza di nutrienti e per lo scarsissimo apporto calorico (solo 17 kcal per 100 grammi), viene consigliato nelle diete dimagranti.
È anche un elemento della medicina ayurvedica a cui vengono riconosciute incredibili proprietà terapeutiche, la maggior parte delle quali non ancora scientificamente dimostrate. Certo è che la polpa amara lo rende un buon alimento per chi ha problemi di glicemia elevata o diabete (è un ipoglicemizzante), ha proprietà immunostimolanti ed è un disinfettante naturale, usato non solo per le persone, ma anche in ambito agricolo come antiparassitario vegetale. Per il resto l’elenco delle proprietà è molto lungo, e probabilmente abbastanza fantasioso, e spazia dalla capacità di curare alcune malattie cardiache a proprietà antitumorali, insomma un vero cibo miracoloso.
Spero che la momordica charantia abbia colpito voi come ha colpito me.
Quindi, siete pronti ad assaggiare il frutto più amaro del mondo?
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