Giocare è un lavoro serio

C’è un grande equivoco su come si impara in generale e sull’apprendimento linguistico in particolare: l’idea di poter imparare qualcosa velocemente e senza sforzo.
Mi dispiace dover dire che veloce e senza sforzo sono due parole che al nostro cervello non piacciono per nulla, semplicemente perché lui non funziona così.

Per spiegarla in modo molto molto semplice (se volete vedere una spiegazione fatta bene vi consiglio questo video qui) la memoria a lungo termine, cioè quella che ci permette di ricordare quello che abbiamo studiato il giorno della verifica o dell’esame, o, in alternativa, che ci fa ricordare cosa dire quando cerchiamo di parlare in inglese con il turista che ci chiede indicazioni, risiede nell’ippocampo. L’ippocampo è una specie di hard disk che può immagazzinare una quantità davvero incredibile di informazioni (di fatto una quantità infinita). Ogni volta che impariamo qualcosa si crea una sinapsi, un collegamento tra neuroni, e le sinapsi più importanti si trovano nell’ippocampo. Le sinapsi appena formate sono collegamenti deboli che possono essere rinforzate con la ripetizione dell’azione che le ha attivate. Più le sinapsi sono forti, più la memoria che racchiudono può essere richiamata a piacimento.
Tuttavia l’ippocampo non è l’unica parte del nostro cervello che entra in gioco quando impariamo, anche l’amigdala svolge un ruolo importante. Questa piccola parte del nostro cervello a forma di mandorla (da qui il nome), ha un compito molto importante nella gestione delle emozioni. Avete presente quando vi agitate o siete particolarmente emozionati, e improvvisamente non ricordate più nulla, ecco, è la risposta dell’amigdala a uno stimolo di pericolo o di paura. Questo ci dice che le nostre emozioni giocano un ruolo fondamentale nei processi di apprendimento. Oltre a ippocampo e amigdala, gioca un ruolo importante anche la serotonina, l’ormone della felicità, proprio perché può influenzare in modo positivo l’amigdala che a sua volta agisce sulla capacità dell’ippocampo di immagazzinare informazioni.

Da questa spiegazione molto semplificata (chiedo perdono a tutti gli esperti del regno per aver ipersemplificato le cose e per gli errori che sicuramente ho commesso) vuole farvi capire perché non è possibile imparare nulla in poco tempo e men che meno senza sforzo.
Quello che però è possibile fare è imparare divertendosi, ed è il principio che sta dietro la ludodidattica, ossia l’utilizzo del gioco in ambito educativo.
Innanzitutto una precisazione: la ludodidattica non è uno dei mille metodi di insegnamento che stanno proliferando, è un approccio educativo o, come preferisco definirla io, una filosofia didattica. Come tale può essere utilizzata indipendentemente dal metodo educativo che adottiamo.
Il gioco facilità l’apprendimento perché favorisce la cooperazione tra ippocampo, amigdala e serotonina: migliora la concentrazione, abbassa i livelli di stress e rende la ripetizione meno pesante.

La mia esperienza specifica è l’uso del gioco nell’apprendimento linguistico.
Si va dai classici giochi di parole a veri e propri giochi di gruppo. Si possono usare giochi con carta e penna, giochi a pc o tablet e giochi di movimento. Si possono adattare i classici giochi da tavolo oppure creare escape room. L’unico limite è la fantasia dell’insegnante.

La ludodidattica è ampiamente usata nell’insegnamento ai bambini della scuola materna, a volte anche alla primaria, ma già alle medie si inizia a vedere il gioco come qualcosa di inadatto, non serio. Non parliamo poi dei corsi per adulti dove parlare di gioco è sostanzialmente tabù. Ed è un grosso sbaglio, perché gli adulti sono quelli che spesso hanno più bisogno di giocare per perdere le inibizioni che impediscono l’apprendimento linguistico.
Quello che frena più di tutto le persone che devono imparare una lingua è la paura di sbagliare e di rendersi ridicoli. Il gioco fa abbassare le difese e rende le inibizioni più facili da superare. Inoltre, soprattutto nella dimensione gioco di squadra, la naturale competitività emerge e rende la paura di sbagliare meno bloccante, perché a mettersi in campo è la squadra e non il singolo.
Il gioco rende l’apprendimento più inclusivo, aiuta a ridurre significativamente le difficoltà di chi ha bisogni educativi speciali (bes) o difficoltà cognitive.
In una dimensione aziendale il gioco promuove la creazione dello spirito di squadra e fa capire l’importanza della collaborazione, inoltre promuove il problem solving. Senza contare che spesso disinnesca gli attriti e le difficoltà di relazione tra colleghi.

La ludodidattica non è magica, non risolve con uno schiocco di dita ogni problema, però è un modo veramente efficace di proporre gli argomenti delle lezioni in modo coinvolgente.
Non rende imparare né facile, né veloce, ma può essere un modo efficace per gestire le emozioni che inevitabilmente comunicare in una lingua diversa dalla nostra provoca.
Non può nemmeno sopperire alla mancanza di motivazione, quella la deve mettere chi decide di imparare. Se non mi impegno, non studio e non faccio attenzione a lezione, nemmeno mille giochi di ludodidattica mi possono aiutare.







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