
Negli ultimi anni, l’industria alimentare e quella della moda si trovano a fronteggiare un problema comune: sono entrambe identificate come i settori con l’incidenza più significativa sull’inquinamento e quindi sui cambiamenti climatici.
Spesso, poi, hanno una responsabilità diretta nello sfruttamento indiscriminato di risorse e lavoratori in tutto il mondo e in particolare nei paesi in via di sviluppo.
Per dare un’idea di cosa sto parlando, secondo alcune fonti, l’agricoltura è la seconda industria più inquinante, dopo quella dei carburanti, e l’industria della moda è la terza. ma non è finita qui, perché al quarto posto c’è tutto il mondo della distribuzione e vendita alimentare (anche se non c’è un unico metro e si possono avere anche classifiche leggermente diverse, l’agricoltura non scende oltre il quarto posto e l’industria della moda oltre il sesto).
Un problema etico e di immagine difficile da superare in un mondo dove si sta ampliando sempre di più il numero di consumatori non solo informati, ma anche attenti e attivi in campo sociale e ambientale.
Uno dei principali problemi dell’industria della trasformazione alimentare è la grande quantità di scarti che derivano dalla produzione di quello che consumiamo.
Invece per l’industria della moda il problema è trovare materie prime che abbiano un impatto minimo sull’ambiente e che rispondano a requisiti valoriali molto stringenti, soprattutto nel settore della pelletteria che produce prodotti sempre più controversi.
Recentemente le due industrie sembrano aver trovato un modo per collaborare che soddisfi requisiti di sostenibilità, la necessità di contenere i costi di produzione e al tempo stesso evitando il più possibile gli sprechi: usare gli scarti della produzione e trasformazione alimentare per la creazione di materiali destinati a diventare capi di abbigliamento, borse e calzature di alta qualità, che possiamo trovare anche sulle passerelle dei marchi più prestigiosi e di lusso.
Pelle, ecopelle o similpelle
La vera pelle o cuoio, è in gran parte ricavata dagli stessi animali che sono allevati a fini alimentari: bovini, ovini, caprini, conigli, ecc.. Le pelli di questi animali vengono lavorate usando grandi quantità di energia e di prodotti chimici, come la formaldeide, altamente inquinanti.
Questa pelle, per quanto pregiata, non è adatta né per chi cerca la sostenibilità ambientale, né per chi vuole prodotti che non siano di origine animale.
Con il termine ecopelle o similpelle inizialmente, negli anni novanta, si indicava un materiale simile alla pelle che era però ricavato da polimeri derivati dal petrolio, il più comune era il PVC, certamente non un prodotto dall’animo ecologico.
Oggi non è più possibile, almeno in Europa, chiamare pelle o qualunque dei suoi composti (ecopelle, similpelle, finta pelle, pelle sintetica, e varianti) un qualunque prodotto che non sia strettamente di origine animale.
Quindi oggi l’ecopelle è prodotta con la pelle degli animali, ma si differenzia della vera pelle solo perché durante il processo di lavorazione si usano prodotti che hanno un impatto minimo sull’ambiente. Quindi l’ecopelle può andare bene per chi è attento all’ambiente, ma non va certamente bene per i vegani o per chi non desidera acquistre prodotti di origine animale.
Alternative alla pelle dagli scarti alimentari
Proviamo a vedere una carrellata delle alternative alla pelle animale che nascono dagli scarti delle lavorazioni alimentari di origine vegetale:
– AppleskinTM: è un prodotto che imita la pelle e viene ricavato dalla sansa delle mele (apple pomace), un sottoprodotto principalmente dell’industria delle bevande che resta dopo che dalle mele è stato ricavato il succo per fare il sidro o i succhi di frutta. Alla sansa disidratata e ridotta in polvere si aggiunge una base di poliuterano a base d’acqua (Water-based Polyurethane) un prodotto sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Durante il processo di lavorazione il prodotto può essere personalizzato sia nei colori che nella texture, così può risultare simile a diverse tipologie di pelle come quella di coccodrillo o di serpente. Questo prodotto può essere usato sia per realizzare prodotti tipici dell’industria pellettiera, come cinture, portafogli, borse e scarpe, sia per la realizzazione di divani e poltrone.

– Ohoskin: è un’alternativa alla pelle che viene creata partendo dalle bucce delle arance e dagli scarti della lavorazione delle pale dei fichi d’india siciliani. La stessa azienda che la produce realizza, sempre partendo dagli scarti delle arance, anche un tessuto, l’orange fiber. In questo caso si ricava dalle bucce la cellulosa che viene poi filata e tessuta.
Ohoskin può essere usata tanto nell’industria della pelletteria, che nell’automotive e nell’industria nautica.
– Grapeskin®: è un’altra alternativa alla pelle ed è ricavata dagli scarti della produzione vitivinicola. Per produrre questo materiale si usano tutti gli scarti dell’uva: le bucce (grape skins), i semi (seeds) e i raspi (grape stems/stalks). Nella lavorazione si aggiungono polimeri biologici (bio-based polymers) che utilizzano (almeno in parte) biomasse di origine cerealicola (amido di mais o grano idrolizzato) o che provengono dall’industria zuccheriera (melassa o canna da zucchero).
Da notare che questi polimeri pur essendo in parte di origine vegetale (c’è sempre una componente fossile, per quanto riciclabile) non provengono da scarti, ma sono materie prime che vengono stornate dalla produzione alimentare umana e animale.
Ad oggi non hanno un grande impatto ambientale, perché il loro impiego è ancora abbastanza limitato, ma non bisogna dimenticare che termini come biologico (organic), a base vegetale (plant-based) e sostenibile (sustainable) non sono sinonimi.
– Piñatex: questo prodotto è ricavato dalle foglie di scarto della lavorazione dell’ananas.
La stessa azienda produce anche un filato ricavato sempre dalle foglie dell’ananas. Nella lavorazione delle foglie dopo che sono state ricavate le fibre, l’ulteriore scarto viene usato per produrre bio-carburante o fertilizzante naturale. Questo prodotto è sostenibile ed ecologico e nel sito dell’azienda viene sottolineato questo aspetto, oltre al valore sociale della produzione, che aiuta le comunità locali di agricoltori.
Ci sono anche prodotti che nascono dalle pale di fico d’India (che possono diventare sia sostituti della pelle, che un filato per il settore tessile) e dai miceli dei funghi.
L’utilizzo dei prodotti di scarto per me ha sempre un che di magico. L’idea che da qualcosa che solitamente diventa spazzatura si possa ricavare un materiale pregiato ed ecologico è veramente incredibile. Tuttavia tra tutte la lavorazioni quella che mi ha colpita di più è quella della cellulosa batterica.
Per produrla si possono usare come materiale di partenza differenti scarti, purché contengano zuccheri, anche se bisogna tenere conto che il materiale di partenza determina le caratteristiche della cellulosa prodotta. Tutto il processo ha un po’ della magia di Mary Poppins, infatti “basta un poco di zucchero, acqua e qualche battere” e la cellulosa batterica viene prodotta in una decina di giorni.
La cellulosa batterica viene impiegata in ambito alimentare per la produzione di imballaggi alimentari. Tuttavia stanno nascendo numerose ricerche per sfruttarla per la produzione di un materiale simile al pellame.
All’avanguardia in questi studi sui biomateriali, ci sono una ricercatrice, Suzanne Lee, ma anche un’azienda italiana; entrambi stanno studiando l’impiego di biomateriali in vari settori, in particolare in quello della moda.
In questa carrellata abbiamo visto che nascono molte idee da questi due settori ricchi, non solo in termini economici, ma anche di conoscenze tecnologiche e di idee, due settori che si stanno impegnando non solo a ripulire la loro immagine, ma anche a riparare a molti dei loro errori.
Non sono un’esperta del settore moda – e se ho fatto degli errori nella descrizione dei prodotti mi scuso in anticipo -, ma studio da tempo e conosco piuttosto bene il settore alimentare e uno dei motivi che mi portano a tenermi aggiornata e a seguirlo con interesse, oltre alla necessità professionale, è la voglia di scoprire tutti gli aspetti di un settore che si sta rivoluzionando in modo radicale, che sta evolvendo e scoprendo tecnologie che solo qualche anno fa avevano il sapore della fantascienza.
Per questo motivo nel mio blog, accanto a post di stampo prettamente linguistico, cerco sempre di presentare post più tecnici che possano far scoprire aspetti meno conosciuti della produzione alimentare.
Ti ringrazio molto per questo articolo illuminante. Forse saprai che mi occupo di spreco alimentare e mi conforta leggere di chi ne sa più di me e se ne interessa con passione. Grazie! Condivido anche che “Il dilemma dell’onnivoro” è n libro fondamentale
"Mi piace""Mi piace"
Grazie sono molto contenta che ti sia piaciuto. Conosco bene il tuo blog e il tuo libro contro lo spreco alimentare perché ti seguo da un po’.
“Il dilemma dell’onnivoro” è un libro illuminante e spaventoso allo stesso tempo e anche se credo che molte delle cose che descrive siano circoscritte all’industria alimentare americana, credo che se non ci sarà una forte inversione di rotta il nostro destino sarà comunque quello.
"Mi piace""Mi piace"